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Nuova uscita: Fruste digitali. Discorsi d’odio e razzismo: i social media per educare e punire

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I social media non sono soltanto spazi di connessione: diventano arene dove si intrecciano discorsi d’odio, razzismo e pratiche di punizione sociale. Nel mio nuovo libro Fruste digitali (Capovolte Edizioni), analizzo come le piattaforme digitali trasformino il linguaggio in uno strumento di controllo, “educazione” e sanzione collettiva, con uno sguardo comparativo tra Brasile e Italia.

Attraverso l’analisi critica del discorse e una coinvolgente revisione storica della imigrazione italiana in Brasile, il volume mette in luce le dinamiche di hate speech, le forme di razzismo digitale e le strategie con cui utenti razzisti costruiscono messaggi di odio e xenofobe. È un testo pensato per chi si occupa di sociologia, media studies, educazione digitale e per chi vuole comprendere come la comunicazione online plasmi la nostra società.

Fruste digitali è disponibile ora e apre un dibattito urgente: come possiamo trasformare i social media da strumenti di esclusione a spazi di emancipazione?

 

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Social media are not just spaces of connection, but they have become arenas where hate speech, racism, and practices of social punishment are constantly negotiated. In my latest publiccation book Fruste Digitali (Capovolte Edizioni), I examine how social media platforms turn language into a tool of control, “discipline”, and collective sanction, with a comparative focus on Brazil and Italy.

Through critical discourse analysis and an engaging historical review encompassing Italian immigration to Brazil, the book explores the dynamics of digital racism, the spread of hate speech, and the ways in which racist offenders construct hateful discourses, including of xenophobic nature. It is a valuable resource for scholars, educators, and anyone interested in sociology, discourse analysis, media studies, and digital culture.

Fruste Digitali is now available. It invites us to reflect on a pressing question: how can we turn social media from instruments of exclusion into spaces of emancipation?

 

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